Il "mezzo di pubblicità" che aggrava la pena.
Il punto di svolta giuridico, ribadito dalle recenti sentenze della Suprema Corte tra il 2024 e il 2026, risiede nella natura stessa dei social. Pubblicare un post offensivo non è "diffamazione semplice", ma diffamazione aggravata (ex art. 595, comma 3 c.p.). Il motivo? La capacità di diffusione. Un commento può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi, rendendo il danno alla reputazione della vittima potenzialmente irreparabile.
Proprio per questa "potenzialità diffusiva", le pene previste sono severe: la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro, a cui si aggiungono risarcimenti danni che, nei casi più gravi, possono toccare cifre a cinque o sei zeri.